La salandrella

 

 

 

 

 

 


 

 

 

Raffaele Miglionico

 

La Salandrella era un letto di ciottoli roventi

 

Edizioni IL FILO S.r.l. - Roma

 

1.

Verso il mezzogiorno di un giorno di luglio 1858, don Biase Nicola Spazziano, con il suo cavallo murgese comprato alla fiera di Francavilla Fontana, scendeva dal paese verso la Salandrella, fiume che divide i territori di Salandra e Sanmauro.

Scendendo, fissò la sua attenzione alla fiumara che scorreva sul fondovalle: un grande letto di ciottoli che si snodava, come un enorme serpente, lontano, fino al mare di Metaponto. Poi, con lo sguardo, risalì lungo il versante opposto della valle. In lontananza, l’azzurro del cielo contrastava col verde rigoglioso dei boschi che ricoprivano i monti dell’Appennino. Le cime, curvando verso sud-ovest, si allungavano a perdita d’occhio verso la Calabria. Qua e là, tra il fogliame, come sparvieri accoccolati sulle rocce, spuntavano i borghi pazienti e sonnecchianti.

Guardò ammirato la vallata e le tonalità di colori che dipingevano il paesaggio. C’erano tutte: dalle sfumature dell’azzurro, al verde, al giallo e al viola. Il cielo, la montagna, la vallata, il fiume per troppo tempo gli erano mancati. Erano qualcosa che aveva nel sangue. Quella terra era parte di lui e lui si sentiva parte di quella terra.

Il caldo incombeva su tutto, quasi visibile. Lo splendore accecante del sole lo rendeva insopportabile. Scendendo tra le balze argillose dei calanchi, notò nella

vallata alcune paranze di mietitori, allineati, lavorare alacremente. Qualche passo indietro, seguivano le donne che raccoglievano mazzi  appena tagliati, facendone grossi fasci di iiregne.[1]

- Stanno mietendo nei campi di don Stefano Camanda - commentò tra sé, quasi a voler ricordare le contrade ed i proprietari, dopo un lungo periodo di assenza.

Gli uomini, piccoli in lontananza, sembravano farsi strada in quel mare di spighe, adagiate come un manto sui declivi argillosi. Smarrito in un labirinto di pensieri confusi, si soffermò a riflettere su come quell’anno il raccolto si prospettava alquanto scarso. Le spighe di grano erano rade e vuote. Sarebbe stata una di quelle annate in cui a malapena si raccoglieva la semenza. La carestia si sarebbe fatta sentire e, alla lunga, avrebbe fatto delle vittime tra la popolazione, se le autorità non avessero preso le dovute precauzioni.

I prezzi sarebbero saliti alle stelle; si prospettavano mesi piuttosto duri. Tra i ricchi galantuomini, qualcuno ne avrebbe approfittato per incrementare le proprie ricchezze, speculando sui prestiti, ben sapendo che, difficilmente, gli sarebbero stati restituiti. Si sarebbe impossessato, così, dei pochi beni, di cui la povera gente disponeva e che offriva come garanzia.

Alcuni mesi prima, la mattina del 16 dicembre dell’anno appena trascorso, le persone erano state svegliate da un terribile terremoto, che semidistrusse molte abitazioni, soprattutto le più fatiscenti. Erano quelle dei più poveri, che vivevano arroccati alle falde del Castello. C’erano stati molti feriti, ma, per fortuna, un solo morto: un poveraccio che lasciò nella disperazione più nera la moglie ed i suoi cinque figli, il più grande dei quali non era ancora in età di sviluppo. La donna, con i piccoli, era stata accolta con grande misericordia da don Francescantonio Grimaldi, che li portò a vivere nella sua masseria. La donna, con i più grandetti, fu impiegata nei lavori dei campi e nella cura degli animali.

Molte persone del paese vivevano in tuguri, arrangiate alla men peggio per ripararsi dalle intemperie. C’erano stati mesi terribili; l’inverno che si preparava, con la carestia all’orizzonte, si prospettava ancora peggiore. Don Biase Nicola rifletteva su questo, scendendo tra la creta arida, che rifrangeva, abbagliante, i raggi infuocati. La polvere, sollevata dagli zoccoli del cavallo, gli inaridiva la gola e, posandosi sul volto, s’impastava, fastidiosa, sulla pelle bagnata dal sudore. Non c’era un albero per miglia, in quelle lande desolate. Il canto delle cicale e il ronzio delle mosche erano i soli compagni del cavaliere. Mezzogiorno era appena trascorso e non c’era anima viva in giro. Si era messo a quell’ora in cammino, perché voleva evitare incontri che gli potessero nuocere.

Avendo trascorso gli ultimi due anni in carcere a Napoli, era rientrato da pochi giorni in paese. Era al suo ultimo anno di giurisprudenza, alle soglie della laurea, quando fu arrestato con altri studenti suoi amici, coinvolti in vicende politiche. Tradotto in carcere, con gli altri fu accusato di cospirazione e attentato contro il Governo ed il Sovrano. Trascorse due terribili anni nelle putride galere borboniche, senza che i suoi ideali vacillassero; anzi, il suo spirito ne uscì forgiato. Quando fu rilasciato, costretto al soggiorno obbligato nel paese natio, ormai era un uomo maturo, deciso e consapevole della strada che intendeva percorrere.

Essendo a soggiorno obbligato, non poteva allontanarsi dal paese. Era ben conscio del rischio che correva, quel giorno, mettendosi in cammino per raggiungere Sanmauro. Gli amici del Comitato insurrezionale di Corleto Perticara avevano convocato tutti gli affiliati dei paesi del circondario. La riunione era organizzata a casa di don Leonardo Viggiani, suo zio materno. Era troppo forte la voglia di essere presente, nonostante rischiasse la galera.

La Salandrella era un letto di ciottoli roventi, in mezzo ai quali scorreva un esile filo d’acqua. Quando fu fuori della ciottolata, smontò da cavallo. Lo condusse ad abbeverarsi in un’ansa, dove si era formato uno stagno di acqua cristallina. Poi, dopo aver legato il cavallo, bevve un sorso dalla sua borraccia, beatificandosi dell’ombra di una tamerice.

Si udivano in lontananza i canti dei mietitori e delle donne, che si alternavano ammiccanti, per alleviare la fatica del lavoro ed il caldo asfissiante. Avrebbero tirato, così, fino al tramonto, allorquando si sarebbero fermati quasi di botto, non appena l’ultimo raggio di sole fosse scomparso dietro Stigliano. Tutta quella gente non rientrava in paese. Troppa fatica ci voleva a risalire il costone argilloso. Si fermavano alla masseria di don Stefano, che in quel periodo, come d’altronde in tutte le masserie, brulicava di persone.

Don Biase Nicola sarebbe rientrato la sera stessa da Sanmauro. L’avrebbe fatto all’imbrunire, viaggiando al chiarore della luna. Poco prima di entrare nella ciottolata del fiume, aveva notato, poco più a monte, una morra[2] di pecore. Aveva girato più a sud, allungando la strada, per evitare che i cani, sentendo la sua presenza, richiamassero l’attenzione del pastore. La sua manovra non ebbe successo, poiché il pastore, incuriosito, avendo notato il cavaliere discendere dal paese, tagliò lungo il fiume per accertarsi chi fosse. Poi, avendolo riconosciuto, gli uscì incontro all’improvviso:

- Buona giornata, don Biase  - gli disse.

Il cavallo si adombrò alla vista dell’uomo e scartò spaventato. Don Biase lo trattenne per la cavezza. Stentò un attimo a riconoscere il giovane. Non sembrava affatto un pastore dal modo di vestire; piuttosto sembrava un malintenzionato. In testa portava il bonetto, berretto di panno militare con la visiera in cuoio; alla cintura aveva un grosso coltello, infilato in una bandoliera ben fornita di cartucce; a tracolla aveva un fucile a due canne; i pantaloni erano infilati in stivali da soldato borbonico. La figura era imponente: spalle larghe, ventre piatto, il portamento eretto del soldato. Aveva capelli lunghi raccolti dietro le orecchie, un viso tondo e bello, ed un paio di baffi sottili sul labbro carnoso. Pareva del tutto sicuro di sé.

-  Buona giornata a te – rispose don Biase, rinfrancato, dopo averlo riconosciuto. - Tu sei Pietrantonio….Pietrantonio Calice, detto Passaguai….Passaguai! - ripeté, riconoscendo, in quel giovane pastore, un suo compagno d’infanzia, quando questi viveva, con la sua famiglia, nella masseria del Calancone.

Il padre di Pietrantonio, Francesco, era stato per molti anni il massaro delle vacche di don Carmine Spazziano, padre di don Biase. Questi ricordava ancora il giorno della loro partenza, allorquando, avendo ereditato un piccolo podere a Laurenzana dal nonno materno, massaro Francesco aveva deciso di trasferirsi là con la famiglia, a coltivare quel podere che poteva dare un avvenire diverso ai suoi figli. Massaro Francesco portava con sé la moglie, figlia del massaro delle vacche di don Giuseppe Motta. S’era innamorato subito di quella donna, alta e robusta, con un paio di occhi scuri come una zingara. La donna gli aveva regalato cinque figli, tutti belli e forti; Pietrantonio era il penultimo, dai lineamenti gentili, bello come sua madre.

Pietrantonio e don Biase, che avevano la stessa età, da piccoli erano stati inseparabili. Quando don Biase soggiornava alla masseria (e questo avveniva soprattutto durante il periodo estivo) ne combinavano di tutti i colori. Il soprannome Passaguai glielo aveva dato lui, poiché Pietrantonio era di una audacia incredibile. - Tu passerai un guaio, prima o poi, ed un guaio serio - gli disse, vedendolo infilarsi in una tana, dove aveva visto orme di volpi. Quella volta rimase incastrato, tanto era stretto quel cunicolo. Aveva faticato non poco per uscirne. Da allora lo chiamò sempre Passaguai.

 Pietrantonio era di una intelligenza vivace ed intraprendente, non comune tra i figli dei salariati, di solito intimiditi verso il padrone, sempre in attesa di ordini. Per la caccia, era un segugio. Un senso innato. Cacciava di tutto: volpi, lepri, uccelli, sempre pronto ad inventare e sistemare nuovi sistemi, nuove trappole per catturare la selvaggina, vera manna dal cielo per la povera mensa della sua famiglia. Quando individuava tracce, difficilmente tornava a mani vuote. Come aveva fatto adesso, che aveva seguito il cavaliere fin da quando era apparso a mezza costa,  senza che questi si accorgesse della sua presenza. Gli era spuntato davanti, all’improvviso, cogliendolo di sorpresa, troppo tardi per la difesa, se mai avesse avuto cattive intenzioni.

- Passaguai! - pensò don Biase, felice per quell’incontro. Erano passati anni da quando lo aveva visto partire e non ne aveva saputo più nulla. Ora appariva come scaturito dal nulla. Sarebbe diventato certamente qualcuno, data la sua intelligenza, se solo avesse avuto l’opportunità di studiare. Ma ora faceva il pastore di quattro pecore e  probabilmente non sapeva neanche scrivere il suo nome.

- Ma che fine avevi fatto? - chiese don Biase Nicola. - Sono anni che non ti si vedeva.

Passaguai abbozzò un sorriso. - Beh, se anche tu avessi voluto vedermi, negli ultimi anni non avresti potuto - disse, facendo intendere che conosceva la sua storia e trattandolo da pari. E continuò orgoglioso: - Ho fatto il militare, sei anni al servizio di Re Ferdinando. Sono stato anche a Napoli, la capitale, e, poi,  in tanti paesi del Regno. Ho visto tante cose e conosciuto molte persone, anche importanti. Mi sono congedato da poco più di un anno, sergente dell’esercito borbonico. Ho imparato anche a leggere e a scrivere - rimarcò, esibendo l’anello da sottufficiale che portava al dito. - Tornato a Laurenzana nell’aprile dell’anno scorso - frattanto si erano seduti all’ombra - mi avevano promesso che sarei entrato nelle guardie forestali. Mi sarei sistemato, avendo dato la parola già da tempo a una bellissima ragazza, nostra vicina di casa. Ma il diavolo ci mette sempre le corna  – disse amareggiato. - Su Carmela, la mia fidanzata, aveva messo gli occhi addosso anche il figlio del Capo urbano, Donato Molinari, un damerino viziato e presuntuoso, che non faceva mistero del suo desiderio. Nonostante la gran voglia di dargli una sonora lezione, ero tranquillo. Carmela era mia promessa sposa e mi amava follemente. Mi raccontava tutto, pregandomi di non commettere sciocchezze. Una volta incontrai don Donato per una strada di campagna, con il suo cavallo ed il suo cane: lo affrontai, cercando di dissuaderlo dal dare noia alla mia fidanzata. Ma lui, per tutta risposta,  mi aizzò contro il cane, che feci volare con un calcio ben assestato. Fece in tempo a frustare il suo cavallo e scappare al galoppo, altrimenti lo avrei scannato con il mio staffilo di Avigliano[3]. Decisi di andare a trovare padre Daniele Ragone, un frate francescano che viveva nel convento di S. Maria della Neve a Laurenzana, molto devoto al Beato Egidio. Zì Daniele come affettuosamente lo chiamiamo tutti, è nato e vissuto per molto tempo a Salandra, dove tuttora abitano i suoi parenti.

- Lo conosco. Torna spesso a Salandra dai suoi familiari - disse don Biase, interrompendo il racconto.

- È coetaneo di mio padre e da piccoli erano molto amici. Mi ha sempre dato buoni consigli - riprese Pietrantonio. - Zì Daniele  intervenne presso alcune personalità del paese e fece richiamare don Donato. Infatti, per parecchio tempo non l’ho più visto e neanche la mia Carmela fu più infastidita. Verso la fine di maggio, però, si era avuta notizia di un lupo, affetto da idrofobia, che aveva guadato il Basento, proveniente dal tenimento di Albano. Aveva già creato guasti indicibili nei paesi  limitrofi. Aveva sbranato due naturali[4] di Pietrapertosa e uno di Albano. Allora, inseguito dai cani, aveva guadato il fiume e si era addentrato verso le campagne di Laurenzana. Alla masseria di un notaio, don Nicola Maria Netri, sgozzò alcuni agnelli, azzannò un asino e si avventò contro un guardiano di bovi che, fortunatamente, riuscì a mettersi in salvo. Fu organizzata una battuta di caccia. Vi parteciparono il Capo urbano, don Giuseppe Molinari, il luogotenente ed alcuni militi della Guardia nazionale. Chiesi di aggregarmi alla comitiva, essendo prossimo alla nomina di guardia forestale. Mi fu concesso. Con mia grande sorpresa vidi arrivare anche don Donato, il figlio del Capo urbano e mio rivale. Non battei ciglio e anche lui mi ignorò. Partimmo per la battuta di caccia, come se nulla fosse mai successo tra noi due. Alcuni  bracciali di don Nicola Maria Netri ci dissero che il lupo si stava dirigendo nuovamente verso il Basento. Gli eravamo quasi addosso. Ci sparpagliammo a ventaglio per cercare le sue tracce. Fui fortunato. Chiamai gli altri e cercammo di guadare il fiume. Siccome il guado era impossibile a cavallo, scendemmo portando a redini i cavalli. Avevamo fatto pochi passi, oltre la riva opposta, quando il lupo, vistosi braccato, si rivolse contro di noi. Il più vicino era don Donato, che, nella foga, scaricò il suo fucile contro la bestia, ferendola di striscio. La bestia, ferita, si inferocì ancor di più e si avventò con tanta veemenza da scaraventare per terra l’uomo. Questi riuscì a mettergli tra le fauci la canna del fucile, ormai scarico. Eravamo rimasti imbambolati, non sapendo casa fare. Non sparavamo, per paura di colpire l’uomo. In un attimo, senza riflettere, d’istinto, estrassi lo staffilo dalla tasca e mi lanciai sull’animale. Questi, al mio intervento, lasciò l’uomo e si rivolse contro di me. Gli sferrai un fendente con una tale violenza da aprirgli la pancia, da sotto in sopra, come si fa con il maiale, quando lo si appende. Le budella gli uscirono fuori. La bestia, ferita a morte, si contorceva emettendo gli ultimi rantoli. Mi fissò dritto negli occhi. La smorfia di dolore sembrava disegnargli sul muso un sorriso beffardo che mi fece rabbrividire. Poi, stramazzò morta. Alcuni pensano che, in quegli attimi, il lupo maledice il suo uccisore e gli trasferisce il suo destino.

- Credenze per le persone semplici -  rassicurò don Biase.

- Fatto sta che da quel giorno non ho avuto più pace – disse Pietrantonio. E continuò:- Tutto avvenne in un battibaleno, sotto gli occhi di tutti. Nessuno ebbe il tempo di reagire. Alla fine fu tutta una festa, con complimenti e pacche sulle spalle. Avevo salvato don Donato da morte certa e liberato la contrada. La Giunta municipale si congratulò per l’azione da me compiuta, mi fece un pubblico encomio e propose agli organi di governo che mi fosse data una onorificenza al valor civile. Frattanto l’Amministrazione comunale, come tangibile atto di riconoscenza, mi assegnava una quota di ottimo terreno da coltivare. Tutti i galantuomini della zona e degli altri paesi vicini mi portarono doni. Finanche la vedova del poveretto di Albano, ucciso dal lupo, venne a trovarmi. Volle regalarmi il fucile di suo marito, per averne vendicato la morte. Di don Donato, neanche l’ombra. Non disse una sola parola di ringraziamento. Anzi, notai che le lodi e le pacche, che altri mi elargivano, sembravano per lui coltellate che gli venivano inferte. Sparì dalla circolazione e non seppi più notizie di lui per molti giorni. Qualche tempo dopo, venni a sapere che don Donato, corroso dall’invidia, aveva raccontato a suo padre quanto era accaduto, farcendo il racconto di una montagna di menzogne. Raccontò del cane e del come, a suo dire,  io avessi tentato di ucciderlo. Raccontò di Carmela e della mia gelosia. Gli disse che ero un violento, una bestia selvaggia. Don Giuseppe, suo padre, relazionò tutto al Sotto-intendente e al Pretore, facendo un quadro del tutto negativo della mia persona. Raccontò che ero in possesso di un fucile e che giravo sempre con un grosso coltello. Don Giuseppe e alcuni militi a lui fedeli cominciarono a perseguitarmi e a provocarmi. Nei rapporti periodici al Pretore non mancavano mai di segnalare ipotetiche mie malefatte. Il Pretore scrisse al Capo urbano, ordinandogli di sequestrarmi l’arma che mi era stata donata. Una mattina vidi arrivare don Giuseppe con quattro militi della Guardia nazionale: con fare minaccioso, mi ordinarono di consegnargli il fucile. Intanto, i mesi passavano e la mia nomina a guardia forestale non arrivava. Capii cosa si stava tramando alle mie spalle. Ero indignato. Avevo dato sei anni della mia vita al servizio del Re, avevo salvato bestie e uomini da una maledizione come quella del lupo, avevo salvato un uomo dalla morte certa e, come ricompensa, venivo trattato come un delinquente…Carmela, con la sua dolcezza, sapeva placare la mia rabbia. E anche senza che arrivasse la nomina, decidemmo che ci saremmo sposati di lì a poco. Saremmo vissuti dei frutti del terreno avuto in assegnazione. Fervevano i preparativi per le nozze che avremmo celebrato entro pochi giorni. Il giorno 10 settembre dell’anno scorso, all’imbrunire, Carmela era intenta a sistemare delle faccende. Era rimasta sola in casa, poiché i suoi erano nei campi, a preparare la semina. Quel pomeriggio, rientrando dalla campagna, avevo anticipato per passare dal prete per i preparativi di nozze. Sarei dovuto passare prima del vespro. Volli passare a salutare Carmela. Ero nei pressi dell’uscio della stalla. Sentii grida e un pianto che veniva dall’interno. Mi proiettai dentro.<<Non piangere! Sono un galantuomo. Posso darti una bella dote>> diceva l’uomo mentre, riverso sulla donna, su un cumulo di paglia, la prendeva con forza. Mi si annebbiò la vista. Il sangue mi scese agli occhi. Afferrai l’uomo per le spalle e lo scaraventai con forza contro la mangiatoia. Carmela si raggomitolò su se stessa, vergognosa. Cominciò a pregare, immaginando già cosa potesse succedere. <<Vergine del Carmelo! -  ripeteva lacrimante. - Regina delle donne afflitte e sventurate, aiutaci. Ti supplico per le piaghe del Redentore Gesù, fa che non succeda niente di irreparabile>>.  Don Donato aveva approfittato di Carmela. Mi guardava con aria di sfida, forte dell’arroganza che gli derivava dal suo ceto sociale. Furono attimi interminabili. Mi avventai contro. Aveva un sorriso malizioso che mi  imbestialiva. <<Mi berrò il tuo sangue!>> - gridai nella foga. Il mio staffilo luccicò alle ultime luci del tramonto e affondò nel ventre molle dell’uomo, che cominciò a rantolare, con le mani sulla ferita. A vederlo morire, provai quasi una sensazione di piacere. Carmela piangeva e tremava nella paglia.

A questo punto del racconto, Pietrantonio si fermò, affranto. Poi riprese con la stessa foga: - Ah, l’avessi fatto sbranare dal lupo! La mia vita sarebbe stata un’altra! Il destino aveva voluto giocare con me. Lui sapeva che Carmela era mia e ha voluto rovinare la mia vita. Se non mi fossi vendicato, nessuno avrebbe avuto più rispetto per me, neanche io stesso. Lasciarlo andare equivaleva a condannarsi a morte:  o lo uccidevo, o l’avrebbe fatto lui, prima o poi, una notte… in un vico… in campagna a tradimento… Lasciai Carmela nella stalla con un <<Mi farò sentire”>> e scappai. Passai dal convento a trovare Zi’ Daniele. Gli raccontai quanto era successo. Zi’ Daniele rimase sconvolto. Alla fine mi diede la sua benedizione: <<Va’, giovane sventurato, va’ incontro al tuo destino. Hai lottato per avere una vita decente, ma su di te c’è un disegno più grande, che solo Dio conosce. Va’ e non peccare più. Sii sempre nel giusto ed il Signore si ricorderà di te nella sua immensa misericordia>>. Rinfrancato da quel perdono e dall’assicurazione avuta, scappai, sapendo che Zì Daniele avrebbe vegliato sui miei cari. Dopo qualche giorno ebbi notizie di Carmela: si era impiccata in quella stessa stalla, nel giorno e nell’ora fissati per il nostro matrimonio. Don Giuseppe Molinari, dopo aver seppellito suo figlio, giurò vendetta sulla sua tomba e prese a girare, per le montagne, come una bestia senza pace. Da quel giorno, non ho più dormito, per due notti di seguito, nello stesso posto. Dopo tanto vagabondare oggi sono qui, da mio cugino Luigi, il figlio della sorella di mio padre. Nessuno sa della mia presenza tranne mio cugino, suo padre e …tu -

Don Biase era turbato.

- Mi dispiace. Mi dispiace veramente - disse. -  Pensi di vivere sempre come un lupo braccato? -

- Non so – rispose Pietrantonio. - Per ora mi nascondo da queste parti… Ma tu? Tu non sei un cafone…sei un galantuomo. Anche tu in galera, sospettato, perseguitato?

- Per me è diverso - disse don Biase. - Inseguo un sogno di libertà, uguaglianza e giustizia… dal tempo dell’Università. Per lunghe notti, con alcuni compagni, passavamo il tempo a discutere. Nutrivamo il nostro animo del germe del patriottismo, della pietà verso gli umili, oppressi da  intollerabile dispotismo. Volevamo cambiare il mondo, un mondo che vive del tuo sangue, del sangue della povera gente, dei contadini. È mio desiderio che persone come te possano vivere la loro vita senza le angherie di don Donato. Una mattina, il 7 di agosto di due anni fa, bussarono alla mia porta e mi trascinarono via. La mia stanza fu messa a soqquadro. Altri amici furono presi dalle loro case. Ci portarono a Castel Sant’Elmo. Attendibili,  ci dissero, pericolosi settari affiliati alla setta dell’Unità Italiana.

- Ci sono stato a Sant’Elmo. Vi ho prestato servizio - disse Pietrantonio.

Don Biase, continuò: - Fummo ricevuti da una fila di soldati. Per ore fummo costretti a rimanere sulla spianata del castello, in piedi, sotto il sole che batteva inesorabilmente. Fummo picchiati, mi sentivo morire. Solo all’imbrunire ci portarono in un sotterraneo. Il fetore rendeva l’aria irrespirabile. Fummo rinchiusi in un criminale, che aveva una piccola apertura nel grosso muro. A tarda sera, le porte si aprirono. Alcuni soldati svizzeri ci portarono dei paglioni da soldato ed un catino di acqua. Non ci dissero una parola. Fummo nuovamente rinchiusi.Ti lascio immaginare che giornate passammo. Quel trattamento ci portava a credere che era arrivata per noi l’ultima ora.

Don Biase raccontava con trasporto, come stesse vivendo ancora quegli attimi tragici della sua vita. - Dopo un paio di mesi, furono aperte le porte dei sotterranei e dei criminali per fare delle pulizie. Io ed altri, ormai ridotti a mal partito, reclamammo un giusto processo; ma fu tutto inutile. Nessuno ci ascoltava. In quel sotterraneo rimanemmo per undici mesi. Nessuna comunicazione potemmo avere con i nostri familiari. Tutto passava attraverso il comandante, alcuni sotto-ufficiali e un sergente, che aveva la responsabilità della nostra custodia. Nel giugno del 1857 ci portarono nelle carceri di Nisida, ormai ridotti a larve umane, molti gravemente ammalati. In undici mesi una sola volta ebbi per mezz’ora la possibilità di vedere mio padre, don Carmine. Ciò mi diede molto coraggio. A Nisida avemmo un trattamento migliore. Potevamo di tanto in tanto ricevere lettere e scriverne. Una volta alla settimana veniva un barbiere a raderci. Di tanto in tanto ci permettevano di respirare  per breve tempo l’aria aperta del giorno e passeggiare. Lì ho conosciuto due grandi patrioti: don Luigi Settembrini e don Carlo Poerio. Ho creduto di non uscirne vivo; ma la mia fede in Dio mi tenne in vita. Otto mesi dopo, agli inizi di marzo di quest’anno, sono stato rilasciato e  posto al soggiorno obbligato.

- Ed il tuo desiderio di giustizia? Te ne hanno fatto passare la voglia? Hai capito che la giustizia non può essere… giusta, quando sui piatti ci sono le ragioni di un galantuomo e quelle di un cafone? - disse ironico Pietrantonio.

- No! Bisogna credere nella giustizia. Bisogna conservarsi nella giustizia e camminare dritto per le vie della giustizia - precisò con fermezza don Biase. - Due sono le vie della giustizia: una, non far del male; l’altra, fare del bene.

- Quale giustizia? -  replicò sarcastico Pietrantonio. - Una donna con la bilancia. Basta gettare un pugno d’oro su uno dei piatti, e la si fa pendere dalla parte che si vuole. Non ci sarà mai giustizia …almeno per i cafoni.

- Non sono d’accordo con te - replicò don Biase. - Vedrai che un giorno, non lontano, questo mondo cambierà. I contadini si rivolteranno e con loro sapremo creare un mondo più giusto. Avranno terra da coltivare e potranno vivere sereni con le loro famiglie e i loro figli. Siamo in tanti a lottare perché questo accada. Cacceremo questo sovrano dispotico e potremo vivere in libertà, democrazia e giustizia.

- Sono belle parole, a cui vorrei tanto credere. Ma non penso possano mai avverarsi. 

In quell’attimo si udì un fischio ritmato, in lontananza, quasi un segnale. - E’ mio cugino Luigi che torna – disse Pietrantonio. Don Biase, che non  desiderava fare altri incontri, non replicò e si affrettò ad accomiatarsi dall’amico, mentre gli diceva: - - Se hai bisogno di qualcosa, fa’ in modo di farmelo sapere. Con discrezione. Conosci la mia situazione . E salvaguàrdati, mi raccomando. Quando verrà il momento, spero che tu sia dei nostri -  gli gridò girandosi ancora una volta, pur ritenendo che, con ogni probabilità, non l’avrebbe più rivisto.

Il cavallo ora risaliva il canalone di Salice, sotto Sanmauro. Alla fontana posta sotto il costone ombreggiato, da lontano, notò molte cavalcature alla nuda[5] abbeverarsi nella pila. Pensò di non fare quella strada e, all’incrocio di due fossi, tagliò verso destra, prendendo per la parte più scoscesa e risalendo in paese dalla parte meno agevole, ma meno frequentata. Il cavallo arrancava sotto il sole martellante del cuore della giornata. Passò davanti ad abitazioni scavate nel costone, sotto la torre normanna. Gli usci erano chiusi. Gli abitanti erano tutti in campagna. Arrivato nella piazzetta, legò il cavallo alla boccola di un mascherone in pietra, incastonato nel muro al lato di un grosso portone, e bussò con il pesante battente. Dalla spessa porta in legno di quercia si aprì una bassa porticina, per cui poté passare Mentre risaliva per la scalinata che conduceva in casa, il servo, che aveva aperto l’uscio, si occupò del cavallo, portandolo nelle stalle al pianoterra.

Don Leonardo, suo zio, sulla porta d’ingresso al piano superiore, lo accolse con premura e, dopo averlo abbracciato, lo accompagnò in una stanza attigua, dove gli fu servita dell’acqua fresca e della frutta. Lo ragguagliò velocemente sulla situazione, parlando a voce bassa; dopo di che lo lasciò solo, per farlo riposare. Tutti gli ospiti, a quell’ora, riposavano nelle loro stanze per la consueta  “siesta” pomeridiana.

Verso le cinque di pomeriggio, don Biase, rinfrancato e riposato,  raggiunse nel salone gli altri ospiti. Erano una ventina circa, tutti galantuomini dei paesi vicini. Si avvicinò e cominciò ad abbracciarli ad uno ad uno. Salutò l’amico don Carmine Senise di Corleto, suo compagno di studi a Napoli. Abbracciò i fratelli Cristalli di Laurenzana, don Nicola Coronato (l’amico con cui condivise duri mesi di carcere), don Carmine Siviglia di Ferrandina e, a mano a mano, tutti gli altri. Don Giacomo Leonardis di Ferrandina, appoggiato alla grande cappa del camino, lo guardava compiaciuto, come un padre che guarda il figlio cresciuto forte e sano. Aspettava il suo turno per stringerlo tra le braccia. I loro sguardi si incontrarono e don Biase, che non si era ancora accorto della sua presenza, gli corse incontro a braccia aperte, con l’affetto di un vero figlio.

Finiti i convenevoli, don Carmine Senise, promotore della riunione, cominciò ad esporre le motivazioni per cui aveva voluto incontrarli. Parlò loro della costituzione del Comitato insurrezionale e di come egli ne era stato nominato presidente. Parlò delle loro aspirazioni tendenti al miglioramento della vita con le più ampie garanzie liberali; esaltò le nuove idee e tentò di incitare i loro animi, dicendosi sicuro che, presto, si sarebbero liberati dell’odiato tiranno.

Tutti ascoltavano in silenzio, cercando di mostrare la massima calma a dispetto di quelle parole, gettate in una polveriera che poteva saltare alla più piccola occasione. Sapevano di andare incontro a pericoli mortali. Poteva accadere  loro quello che era successo solo pochi mesi prima a don Carlo Pisacane, trucidato con i suoi trecento uomini. Erano pericoli cui erano esposti anche i loro cari, i loro averi, i loro affetti.

Per la mente di molti serpeggiava un dubbio. Che cosa sarebbe avvenuto, se il popolo non si fosse ribellato? Che cosa sarebbe stato se, all’ora fatidica, una cavalcata di Usseri fosse intervenuta a soffocare nel sangue le loro aspirazioni? Don Carmine leggeva tutto questo nei loro volti. Cercò di essere quanto mai solenne e, al tempo stesso, pacato, deciso e rassicurante.

La discussione ben presto si concentrò sul come bisognava organizzarsi. Si stabilì che, per i Comitati del Materano, il concentramento e l’aggregazione doveva avvenire a Corleto. Si stabilirono le colonne dei sottocentri, a cui aggregare i drappelli dei vari paesi. Si fissarono i gradi di comando: i colonnelli, i maggiori, i capitani, i tenenti…Giurarono di aiutarsi l’un l’altro, tutti uniti, per scongiurare sospetti e tradimenti.Alla fine, a sera inoltrata, fu stilata una circolare, da inviare a tutti i Comitati della provincia. Fu lanciato un appello alle corporazioni e la promessa della divisione dei demani comunali, cui da tanto tempo i contadini aspiravano. Fu promesso solennemente che, a tutti coloro che partecipavano attivamente alla rivolta, sarebbe stata assegnata doppia quota di terreno.

Sciolta la riunione, don Biase consumò velocemente un pasto frugale, scusandosi con gli altri galantuomini: aveva la necessità di rientrare, vista la sua condizione giudiziaria. A quell’ora di notte, avrebbe percorso una strada per cui neanche gli spiriti amerebbero viaggiare. Sellato il cavallo, riprese la via del ritorno. Prevedeva l’arrivo in paese nel cuore della notte, ancor prima che i cafoni, all’alba, si alzassero per incamminarsi verso i campi.

La luna splendeva alta nel cielo. Guardandola, Don Biase avvertì, per la prima volta dopo tanto tempo, un attimo di felicità. 



[1] Covoni.

[2] Piccolo gregge.

[3] Lungo coltello a serramanico, che gli Aviglianesi sono maestri nel costruire.

[4] Abitanti

[5] Senza sella.

 

 

 

 


 

 

 

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